La stagione di Serie A 2020/21 ha visto il Sassuolo essere la grandissima sorpresa del campionato, composto da ragazze dedite al lavoro e guidate da una grande guida tecnica quale Gianpiero Piovani, protagonista dell’intervista di oggi.

La stagione 2020/21 ha visto il Sassuolo chiudere al terzo posto (miglior risultato di sempre), sfiorando la qualificazione alla Champions League e centrando quella per la prossima Final Four di Supercoppa. Come si può definire la stagione neroverde?

Per una squadra partita per fare un buon campionato e meglio di quello precedente, siamo andati oltre le nostre aspettative.

L’anno scorso, all’interruzione del campionato, eravamo sesti in classifica e avremmo potuto fare meglio dovendo affrontare squadre alla nostra portata, e la stagione precedente avevamo chiuso quinti.

Per quello che riguarda questa stagione, sono rimasto sorpreso anch’io dalla crescita di queste ragazze. Siamo state sfortunate per quanto riguarda gli infortuni, con infortuni al crociato di quattro giocatrici su cui facevamo affidamento tra cui Alice Parisi.

Nelle difficoltà siamo riusciti a tirare fuori tutto quello che avevamo, abbiamo formato un gruppo fantastico e le ragazze hanno portato avanti questo progetto con grande entusiasmo, aiutati anche dai risultati ottenuti a inizio stagione, perché avevamo fatto tre amichevoli battendo squadre di serie A ed eravamo consapevoli di poter fare qualcosa di importante in campionato. E così è stato.

Siamo stati molto fortunati nelle prime partite pareggiando la prima partita di campionato in casa contro la Roma avendo delle giocatrici importanti fuori, abbiamo vinto a Milano contro l’Inter per 4-1 e contro il Napoli per 3-1, e abbiamo pensato che avremmo potuto esserci anche noi.

La vittoria in modo importante contro la Fiorentina per 3-1 ci ha permesso di crescere in autostima e da lì è partito il nostro viaggio, dal mio punto di vista fantastico, che ci ha portato a ottenere il terzo posto e una quasi qualificazione alla Champions.

I risultati ottenuti in questa stagione quanto aumenteranno le aspettative per la prossima?

Più si andrà avanti, più sarà difficile e più dovremo alzare l’asticella. Noi partiremo a fari spenti come abbiamo fatto quest’anno e man mano che faremo strada, vedremo se sarà piene di curve dovremo essere bravi a sterzare, se sarà diritta vorrà dire che saremo stati bravi sin da subito.

Quale è il segreto, se ve ne è uno, dietro ai risultati ottenuti?

Aver sempre continuato a lavorare e soprattutto avere avuto un gruppo a disposizione a cui ho chiesto sin dal primo giorno la massima disponibilità e di credere al lavoro proposto dal mio staff.

Sotto quel punto di vista sono state brave loro che ci hanno sempre creduto. Doppiamente brave perché all’esterno hanno creato qualcosa di fantastico che noi chiamiamo famiglia.

Nei momenti di difficoltà abbiamo lavato i panni sporchi, abbiamo capito dove potevamo andare a correggere e dove migliorare. Tanto di cappello a loro a livello di campo e all’esterno.

La filosofia calcistica del Sassuolo maschile si estende anche al femminile.

Abbiamo cercato nel nostro piccolo di riportare nel femminile ciò che nel maschile ha fatto De Zerbi, con la costruzione da dietro se vogliamo aiutare le nostre ragazze a crescere soprattutto le nostre che sono giovani, facendole giocare con uno-due tocchi, con movimenti senza palla.

È la nostra filosofia che portiamo avanti e ci ha aiutato molto le ragazze hanno assimilato in breve tempo questa cosa che ho proposto.

Parlando di calciomercato, la prossima stagione neroverde sarà con o senza Bugeja in rosa?

Con Bugeja. Quando ho firmato, ho voluto sapere che obiettivi avrebbe avuto la società e quali giocatrici saremmo rimaste. La società vuole ripetere il campionato fatto quest’anno e se vogliamo ripeterlo, dobbiamo tenere Bugeja, Dubcova, Lenzini, Filangeri, che per me, per lo staff, per le altre giocatrici e per la società sono punti di riferimento importanti sia sul campo che all’esterno.

Premiato due volte con la Panchina d’oro nel 2018 e nel 2021. Che significato si può attribuire a questo premio?

Se ho vinto la Panchina d’Oro, io ringrazierò sempre i miei colleghi che ho affrontato perhcé sono stati loro a votarmi. E questo vuol dire che ho lasciato il segno a livello tecnico e a livello umano. Per me è un motivo di orgoglio e di grande soddisfazione.

La sfida Sassuolo-Milan è stata anche una sfida tra due tecnici protagonisti soprattutto negli anni Novanta in Serie A. Quali ricordi hai delle sfide contro Maurizio Ganz e quale rapporto ti lega al tecnico rossonero?

Mi ricordo un gol che ci fece a Milano, quando giocava nel Milan, nel 2-0 in cui segnò prima Maniero e poi lui.

È sempre stato un giocatore di grande entusiasmo, movimenti da attaccante vero e soprattutto era uno corretto, quando le prendeva stava zitto e si rialzava come facevo io.

Ci lega un’amicizia importante. Ci trovavamo nel periodo estivo per fare partite di beneficenza in zona Milano, Pavia, Brescia, Bergamo. Oltre a essere stati avversari, siamo stati compagni di cose straordinarie quali ritengo la beneficenza. La facevamo fino a un anno fa, adesso col covid si è un po’ interrotto tutto, ma appena ci sarà l’occasione ritorneremo a farla.

Oltre a essere stato un grandissimo giocatore, Maurizio è un grandissimo allenatore e una persona umile, che fa della sua esperienza una cosa di vita. Con lui ho un rapporto importante.

Alla prima stagione avevi sfiorato lo scudetto con il Brescia, perdendolo ai rigori contro la Juventus. Anche se la vera occasione persa fu nel derby contro il Mozzanica.

Quel giorno io non ero in panchina (ero squalificato) e da lontano continuavo a urlare che a noi il pareggio andava bene.

Le ragazze volevano vincere la partita perché sapevano che a Firenze la Juventus stava pareggiando. Lì avevamo sbagliato, anche perché noi pareggiammo al 90′ e nello stesso minuto la Fiorentina aveva segnato alla Juve.

Il gol arrivò per errore nostro, dietro rimase dietro solo Fusetti. Partì Monterubbiano in contropiede, servì un filtrante fra le gambe di Fusetti e Mendes arrivò al limite dell’area e fece gol.

Mi sto ancora mangiando le mani per questo.

Quanto del calcio romantico di cui hai fatto parte hai trovato all’interno del mondo femminile?

Asomiglia molto ancora adesso al calcio che facevamo noi. Il calcio di grande umiltà, dove non giravano tanti soldi ma dove c’era grande voglia di arrivare a giocare a certi livelli, c’era grande entusiasmo e si vedevano le famiglie agli stadi.

Mi ricordo quanto a Piacenza passammo da 2500 spettatori in Serie B ad averne 27mila in Serie A.

Il calcio porta ad unire e ricordo quel periodo in modo particolare, mi manca molto forse perché giocavo io e l’ho fatto in una società dove ero rimasto per 11 anni, vedendo crescere società, tifosi, città.

Hai avuto una lunghissima carriera, con un’importantissima parentesi a Piacenza durata ben 11 anni. Quando hai capito di voler diventare allenatore?

In Serie D dovevo essere di esempio ed allenarmi il doppio degli altri. Avendo fatto per cinque anni il capitano a Piacenza, non ho mai smesso di pensare che il lavoro paga.

Ho avuto dei capitani che hanno dato l’esempio a me e che io fossi capitano di una squadra o arrivato dai professionisti, ho voluto fare vedere agli altri di essere stato un professionista.

Nel momento in cui mi accorsi che erano venuti a mancare gli stimoli e che i giovani venivano a chiedermi come mettermi in campo, mi sono detto ‘alt, mi fermo’. Se mi danno la possibilità di fare l’allenatore, lo faccio e vediamo.

Ho avuto la possibilità di trovare una squadra che mi aveva fatto giocare l’ultimo anno e in quello successivo mi aveva dato in mano una squadra di serie D (Nuova Verolese, ndr), che era un bel trampolino di lancio essendo una serie semi-pro che si avvicina molto alla serie C.

Quali sono state le tue figure di riferimento da calciatore e da allenatore?

Quando ero capitano, il mio modello è stato Totò De Vitis. È stato il mio punto di riferimento.

A livello di allenatore, ne ho avuti diversi molto bravi a partire da Sacchi, Ranieri, arrivando a Materazzi, a cui ho cercato di prendere e portare con me le cose positive.

Colui che a livello estero mi ha dato tantissimo e che mi sta aiutando con le ragazze, è stato mister Osvaldo Jaconi che ho avuto al Livorno quando vincemmo la Serie, squadra in cui giocavamo io, Protti, Gelsi, Grauso.

In campo ci dava quasi niente, ma all’esterno era un papà che formava la famiglia, parlava con tutti, ci portava a cena la sera con le mogli e si sedeva al tavolo a parlare con loro, e dava loro i meriti per i risultati dei calciatori sul campo.

A livello esterno ho preso Jaconi come modello di riferimento, mentre a livello di campo ho rubato qualcosa ai mister che ho avuto e di mettere in pratica ciò che ho imparato.